L’intervista di Franz ad uno dei più noti pionieri della scena surf italiana!

Ciao Ale, puoi descrivere a chi si approccia oggi come era il surf 35-40 anni fa in Italia quando tutto è partito? Che difficoltà c’erano e quali erano i vantaggi?

La mia generazione, ovvero i pionieri del surf italiano che ora hanno tra i 55 e i 65 anni, hanno vissuto un momento davvero magico e irripetibile. Innanzitutto, c’era la grande eccitazione nell’andare a scovare spot nuovi e mai surfati precedentemente, dove per alcuni anni andavamo a surfare senza incontrare altri surfisti. Tra una mareggiata e l’altra si cercavano video e riviste straniere, le uniche fonti di informazione e ispirazione. Noi in Versilia eravamo fortunati perché fin dal 1982 avevamo in Natural Surf un punto di ritrovo dove poter vedere i più nuovi video e la rivista Surfer magazine (ogni mese arrivava un pacco dagli USA con 20 copie che andavano a ruba). La mancanza di internet e delle webcam e la scarsa attendibilità delle previsioni meteo sui vari canali televisivi, imponeva ogni mattina un check delle condizioni meteo-marine. Ci si incontrava alle prime luci sul molo, al pontile, in piazza Mazzini e si decideva se stare in zona o fare un paio di macchinate e andare in cerca di spot migliori lungo la costa toscana, tavolata fino a Lerici o Levanto. Era meglio prima? Non so, certo oggi si risparmiano molti chilometri e molta benzina, rispetto ad allora, ma c’era molta avventura, attesa, eccitazione. Già, l’attesa… Si aspettava tutto. Le onde, l’arrivo di un video, l’uscita di una rivista. Si aspettava di sapere chi aveva vinto il Pipe, o il mondiale ASP. Si aspettava per l’arrivo al surf shop del nuovo carico di tavole, di mute… Ora è tutto più immediato, bellissimo, ma si danno tante cose per scontate. Non mi arriva la muta? La ordino su internet. Non so i risultati della gara? Vado su internet. Non so come si fa una manovra? Cerco un tutorial su internet. I local hero, i pionieri che una volta rispettavi e andavi a cercare per chiedere consigli di vario tipo, oggi sono sostituiti da internet. Tutto quello che era local oggi è global, ecco che vedi ragazzini che sanno tutto su Pipeline ma che non sanno come funziona il molo quando c’è libeccio. Non dico che era tutto meglio prima, il progresso ha sempre i suoi lati positivi e negativi, però non posso negare una certa nostalgia per quei tempi.

Gli anni di cui stiamo parlando erano anni in cui il surf aveva un panorama molto dinamico e competitivo a livello di stile che cambiava spesso a ed anche i personaggi che introducevano lo stile erano molto particolari e c’era un turn over molto alto tra i campioni ed inoltre anche la grafica e l’impaginazione dei surf magazine e del wear era molto innovativa e trainante anche fuori dal surf mentre adesso sembra un po essersi assopita questo impulso e tutto sembra essersi normalizzato si a livello di campioni, di innovazione dello stile ma anche di immaginario, secondo te perché ?

Il surf era figo quando era figo non essere fighi. Il surf era potente quando la gente faceva surf non per apparire o soddisfare, ma per stare bene. Quando le aziende di surf producevano grafiche o accessori perché volevano comunicare qualcosa di forte ai surfisti, e non per piacere alla massa. Quando si attingevano grafici, direttori marketing, team manager, etc tra noti personaggi che avevano ispirato surf fin da ragazzini. Quando il surf è voluto diventare main stream, scimmiottare brand tipo Nike, assumere personale uscito da prestigiose scuole di business e marketing, ma che non sapevano distinguere un nome da un tail, e soprattutto quando ha voluto piazzare in ruoli di vertice CEO provenienti da mondi come Disney, Timberland, L’Oreal, ha perduto in autenticità, genuinità e freschezza.

Quando hai iniziato a surfare con tuo fratello e qualche amici pensavi che il surf sarebbe diventato così totalizzante nella tua vita?

Non avrei mai pensato che avrebbe influenzato quasi tutte le mie scelte future, ma soprattutto non avrei mai pensato che quel fuoco si sarebbe alimentato così a lungo, tuttora la fiamma è accesa e alta. Avrei dovuto capirlo però, quando abbandonai il calcio, per il quale avevo un talento assai maggiore di quello che avrei dimostrato come surfista. O quando decisi di non seguire il business di mio padre, che rendeva molto, per aprire il primo surf shop italiano, Natural Surf.

Circa l’evoluzione dei surfboard a livello di modelli e di espansione di mercato qual’è il tuo punto vista?

Premetto che da quando mi occupo del coaching non mi interesso come prima all’evoluzione del surfboard design o all’andamento del mercato, quindi non mi sopravvalutare troppo su questo argomento. Parlando di surfboard design credo che questo revival e questa rivisitazione di designs e grafiche vintage sia significativa. Vedo tante novità/non novità che non hanno granché di funzionale, ma sembrano piuttosto tentativi di attirare attenzione, anche da un punto di vista puramente estetico (che è già tanto). Invece credo che sui materiali ci siano dei passi notevoli e spero che si arrivi presto a produrre tavole ad impatto ambientale prossimi allo zero, oltre che a ottenere surfboards sempre più resistenti e performance. 

Quanti surfboard hai avuto e tra questi quale è stato il tuo preferito? 

Il mio Eldorado, in termini di tavole, è stato il periodo 1982/1989, ovvero quello in cui sono stato proprietario di Natural Surf. Importando direttamente tavole da Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Sud Africa, etc… ho avuto modo di surfare tutte le tavole e i design che volevo. TI faccio alcuni esempi: ho avuto modo di provare le differenze di traiettorie tra le sigle fins dell’epoca (come la famosa McCoy usata da Cheyne Horan con la “Y” fin), a quelle possibili cavalcando una twin fin Mark Richards. Ho avuto modo di surfare una delle prime thruster di Simon Anderson arrivate in Europa, perché importate dallo stesso distributore europeo dei due suddetti brand. Poi, alla fine degli anni 90 è iniziata un’altra avventura quando sono diventato marketing manager di Quiksilver, cosa che mi ha permesso di fare diversi surf trips e training camp con leggende come Jeff Hakman, Tom Carroll, Gary Elkerton, Mark Richard, etc… che mi hanno permesso di capire qualcosa di più su come funziona una tavola.

Questa domanda potrebbe suscitare polemiche… La scena del surf italiana è sempre stata frammentata e litigiosa però va detto che ognuno a modo suo ci ha sempre creduto (per usare una felice espressione ma fuori contesto di David Pecchi) per cui dietro prese di posizione che scaturivano in fazioni contrastanti c’era una idea di surf, di fare crescere il surf in una direzione piuttosto che una altra, magari ci saranno stati anche manie di protagonismo, ma per lo meno erano celate dietro teorie che portavano alla crescita non solo delle persone ma anche del surf in Italia. Oggi sembra che ognuno cerchi nel surf una occasione per emergere e trarne dei vantaggi personali. Sembra anche a te? 

Non voglio evitare questa domanda, che invece mi offre la possibilità di fare chiarezza e magari acquietare polemiche passate. Si, credo che in passato ci sono state divisioni e accuse ingiuste verso chiunque riusciva ad emergere o a sopravvivere nel surf business. Mi spiego meglio. I primi apri-pista, coloro che in qualche modo hanno cercato di realizzare il sogno di poter vivere nella surf industry, sono stati bollati come venali mercenari. Chiunque si sia impegnato in una federazione, in una rivista, in un surf shop, è stato agli inizi considerato uno “che con il surf voleva arricchirsi”. Non c’era speranza di convincere la base dei praticanti che c’era qualcuno disposto a sacrificare tempo e energie per far crescere lo sport. Facevi foto per una rivista? Mercenario. Avevi un ruolo in federazione? Politicante. Eri un giudice di gara? Corrotto. Poi, con il passare degli anni, la gente ha visto (e capito) che nessuno nel mondo del surf si è mai arricchito. Hanno visto chiudere negozi, riviste, e perfino alcuni brand storici della surf industry hanno rischiato il fallimento, e tutt’oggi stanno rischiando la chiusura. Le “vecchie”, storiche federazioni (A.S.I., FISURF, SURFING ITALIA, di nuovo FISURF…) che tanto si erano combattute e ostacolate, sono state spazzate via con tutti i suoi fondatori e protagonisti per volere del Coni. Ecco allora che chi ha vissuto quei tempi, ora si pone delle domande: era meglio quando c’erano più teste che si cozzavano, più protagonismi, più polemiche, ma assai più vitalità, oppure è meglio ora che come nella canzone di Ivan Fossati, sono tutti uomini allineati, senza dibattito, senza quella che tu hai chiamato giustamente “un’idea di surf” che esuli dalla conquista di medaglie? Dove sono finiti i piccoli, ma numerosi eventi locali, regionali, che per anni hanno animato la vita surfistica di molti atleti?

scegliere la tavola da surf è facile e sicuro uno shaper è sempre al tuo fianco

Quale è la tua opinione sulle wave pool ? 

La Wave pool? Stupenda, bellissima, eccezionale per fare scuola, per allenare chi fa agonismo, per far provare l’esperienza surfistica a chi vive lontano dall’oceano, per restare attivi nelle lunghe pause di mare calmo. Ma per me il surf senza il mare, senza l’oceano, senza pesciolini e pescioloni, senza le correnti e le maree, senza alghe e conchiglie, senza il vento e la sabbia… non è surf, non mi interessa. E anche le gare in piscina… una palla!!!

Molti surfer pensano che il surf entrando a fare parte dei giochi olimpici, abbia sacrificato una sua componente culturale e perso parte della sua identità, te come la vedi?

Beh, le olimpiadi, in ogni sport, sono l’Everest per uno sportivo, non c’è ombra di dubbio che il surf prima o poi sarebbe entrato nei giochi. Ovviamente, ora le gare nazionali, i circuiti regionali etc, hanno poco interesse. Ora conta vincere una medaglia e le risorse sono tutte rivolte a quei pochi atleti capaci di poter lottare per il podio olimpico. Il resto ormai, conta poco. Storia, tradizione, cultura surfistica, life-style… sono a dir poco in secondo piano, rispetto al vero obiettivo: vincere una medaglia.

Hai lavorato in tutti gli ambiti del surf da quando c’è il surf in Italia. Hai voglia di raccontarceli?

Spero che rispondere alla tua domanda non mi attiri antipatie, sai a quasi 60 anni vorrei godermi in pace gli ultimi anni in cui sono capace di alzarmi in piedi e surfare decentemente un’onda in piedi. Beh, la voglia e la curiosità di conoscere, di sapere, mi ha spinto fin dall’inizio a viaggiare e abbracciare senza prevenzione qualsiasi opportunità mi capitasse. Ho iniziato con l’idea di aprire un surf shop, cosa avvenuta nel dicembre del 1982. Dopo sette anni, mi venne la voglia di viaggiare, ero stufo di stare dietro al banco e sentire i racconti di amici che andavano in giro per il mondo a surfare onde esotiche. Vendetti le mie quote di Natural Surf al caro amico Patrizio Iacobacci, che per anni era stato mio fedele commesso e team rider e mi lanciai nell’apertura della prima rivista italiana, Surf Magazine del Gruppo B editore di Angelo Berto, che uscì in edicola nel maggio del 1992. Sono stato il primo foto-reporter italiano del circuito ASP, che avevo preso a seguire dal 1989. Ricoprii il ruolo di direttore editoriale fino al 1995, poi il Gruppo B chiuse l’attività e con Stefano Lentati lanciammo Surf Latino (primo numero uscito nell’aprile 1996). Nel 1999 ricevetti una chiamata da Jeff Hakman che mi volle come marketing e team manager di Quiksilver per l’Italia, e iniziò un decennio indimenticabile, durante il quale ho avuto modo di conoscere molte leggende vecchie e nuove del surf mondiale. Ma vado particolarmente fiero per l’energia spesa nell’associazionismo, ovvero di aver fondato il primo surf club italiano nel 1982, l’Italia Wave Surf Team, che ha portato l’Italia per la prima volta a un europeo (Francia, Eurosurf 1987) e a un mondiale (ISA World Championship Puerto Rico 1988) e che poi fu trasformato nella prima associazione italiana, la A.S.I. nel 1991. Dal 2005, lasciata ogni carica federale, mi sono dedicato al coaching sotto la ISA, ruolo che ricopro tuttora.

Non mi è chiaro come mai malgrado l’aumento numerico esponenziale dei surfer molti surf brand storici siano falliti , sto pensando a brand iconici come, Town&Country, Gotcha, Op, Instinct, Hot Tuna, Hang Ten, ecc…per dirne alcuni. Come te lo spieghi?

Io credo che alcuni brand scomparsi negli anni ’90 abbiano bruciato i tempi. Per esempio Gotcha è stato per me un brand della madonna, il più innovativo di tutti, ai suoi tempi, ne ero innamorato. Faceva delle pubblicità avanti dieci anni, come l’uso di immagini tutte volutamente pixellate prima ancora dell’era digitale, o di claim come “If you don’t surf, don’t start” che accompagnava una foto dove un giovane padre di famiglia, mezzo calvo, con spessi occhiali da vista guarda nell’obiettivo tenendo una busta della spesa tra le mani.

Il team Gotcha era spaziale, era come avere oggi nello stesso team JJF, Italo Ferreira, Gabriel Medina, Jordy Smith. I suoi prodotti erano freschi, trasgressivi, innovativi. Crebbe talmente in fretta che quando nel 1991 ci fu una grande crisi, nel giro di pochi anni collassò: aveva creato una struttura così grande che non resse al rapido decremento di fatturato. Purtroppo, il caso Gotcha non è servito come esempio agli altri brand che hanno tutti, più o meno, fatto lo stesso errore: crescere, crescere, perdendo il gusto di creare una tendenza, piuttosto che seguirla. Illuminanti le parole di uno dei suoi fondatori, Michael Tomson, cugino del più celebre Shaun, il primo a capire che il boom di crescita dell’azienda stava finendo: “The bottom line is size is the enemy of cool and we were no exception”. 

In tempi più recenti invece, il crollo di alcuni brand storici è dovuto alla fatale combinazione: drastico calo di appeal tra i giovani (sopratutto nel beach-wear) e una troppo allegra gestione dei costi, uno sperperio di soldi per mantenere posti di lavoro inutili, sponsorizzazioni di troppi atleti ed eventi. 

La stessa risposta è valida anche per i negozi? Sembra che più aumentino di numero i surfer e più i surf shop abbiano difficoltà.

Per i surf shops il vero problema è stato internet. So che farò ridere qualcuno, ma non mi importa: comprate tutto presso i surf shop della vostra città! Internet ha affossato i surf shop, punti di ritrovo e baluardi della cultura surf. Continuando a comprare su internet risparmierete, è vero, e comprendo chi deve fare enormi sacrifici per permettersi una nuova muta o una nuova tavola. Ma se potete, sostenete i surf shops e gli shapers locali. Ne godrà tutta la comunità.

Su cosa stai lavorando adesso?

Scrivo thriller ambientati nel mondo del surf. Ne ho scritti due (Sale Grosso e L’Ultima Onda), ma sta uscendo il terzo. Collaboro saltuariamente con gli splendidi ragazzi di Sons of the Ocean e sto lavorando su un progetto (a breve ne saprete di più) per raccontare ai giovani e meno giovani l’evoluzione del surf italiano, basata esclusivamente su documentazione e testimonianze fotografiche inoppugnabili che confermano date, personaggi ed eventi che hanno segnato i momenti più importanti per la crescita per il nostro movimento. Niente a che fare con “chi ha iniziato prima”, ognuno ha la sua storia da raccontare, spesso senza riscontri oggettivi, ma va bene così, è una cosa umana, anche se non proprio etica. 

Se dovessi scegliere i 5 surfer fondamentali per la storia del surf che nomi faresti?

Non in ordine di importanza, o alfabetico: 

  • Duke Kahanamoku per aver esportato il surf agli inizi del 900 in mezzo mondo, un vero ambassador del surf.
  • Buttons Kaluiokalani per il mo